VOCACIÓN CRISTIANA Y VOCACIÓN AL PRESBITERADO
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VOCAZIONE CRISTIANA E VOCAZIONE AL PRESBITERATO
in prospettiva teologico-pastorale

 

         In Europa si vive oggi un'angosciante desertificazione di senso. L'homo europaeus si percepisce doppiamente orfano: della tradizione, già liquidata dall'epoca moderna, e del futuro, avvertito dalla sensibilità post-moderna come oscura minaccia e non come sogno promettente e concretamente realizzabile. Il doppio deficit di memoria e di futuro ci ha rubato l'ossigeno della speranza. La conseguenza è un uomo schiacciato sul presente, che non ricorda più da dove venga e non sa bene dove stia andando: senza radici e senza ali, senza memoria e senza progetti: Life is now! promette ammiccante uno slogan pubblicitario. Questo solo interessa, questo solo vale, questo solo conta: il futuro più immediato, cosa fare nel prossimo week-end, dove andare domani sera dopo cena... L'uomo post-moderno non si identifica nel pellegrino diretto verso un santuario o nel viandante in marcia verso una meta attraente. Si sente piuttosto un naufrago disperso, un malinconico randagio, un vagabondo smemorato e bighellone. I nostri giovani mostrano una identità incompiuta e frammentata, con la conseguente indecisione cronica di fronte alle scelte da adottare per scrivere il proprio avvenire. Non ce la fanno da soli a trasformare la massa del passato in energia di futuro. Hanno paura del loro domani, provano ansia davanti agli impegni definitivi. Da un lato cercano indipendenza ad ogni costo, dall'altro tendono ad essere psicologicamente dipendenti dall'ambiente e cercano la gratificazione immediata: di ciò che "mi va, mi pare e piace".
         Eppure questi giovani sono sensibili ai grandi ideali: la sete di libertà, il bisogno di autenticità, la ricerca di un mondo più giusto e più unito, l'apertura e il dialogo con tutti, l'impegno per la pace. Ce la faranno questi giovani a lasciarsi affascinare dalla vocazione sacerdotale? Si legge nella Pastores dabo vobis: "La conoscenza della natura e della missione del sacerdozio ministeriale è il presupposto irrinunciabile, e nello stesso tempo la guida più sicura e lo stimolo più incisivo, per sviluppare nella Chiesa l'azione pastorale di promozione e di discernimento delle vocazioni sacerdotali e di formazione dei chiamati al ministero ordinato" (n. 11).

 1. L'essere del presbitero in persona Christi pastoris
            Il Concilio Vaticano II ha privilegiato l'ecclesiologia di comunione che è e rimane "decisiva per cogliere l'identità del presbitero" (PdV 12). Lo si vede nei tre passaggi operati, al riguardo, dal Concilio: dalla concezione giuridica a quella sacramentale; dalla logica della rappresentanza a quella della partecipazione; dalla pratica dimenticanza del sacerdozio universale alla sua ritrovata considerazione. Prima di andare a declinare questi passaggi, è bene ricordare che l'ecclesiologia di comunione non si può ricondurre a una visione "democratica" della Chiesa: il ministero infatti è irriducibile ad una delega da parte della comunità. 

         1. Secondo la logica della giurisdizione, poteri e funzioni scendono dal vertice alla base, per via di deleghe e mandati. Era la concezione usuale e più diffusa prima del Concilio: si pensava che i vescovi fossero vescovi in quanto semplicemente investiti di un potere di governo. Nella formulazione dei teologi medievali dei gradi del sacramento dell'ordine non appare l'episcopato, restandone definito il vertice nel presbiterato. E' stato il Vaticano II a riportare la concezione dell'episcopato alla sua radice sacramentale: "Con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell'ordine" (LG 21; EV 1/335). La sostanza del ministero è costituita dal carisma che si riceve per l'imposizione delle mani e l'invocazione allo Spirito. Questo non implica l'abbandono degli schemi giurisdizionali, ma ad essi si affida l'esercizio del ministero, non la configurazione della sua sostanza. Ne consegue che un vescovo è vescovo della Chiesa cattolica per aver ricevuto il sacramento; mentre lo si dovrà ritenere vescovo di una Chiesa locale per un atto giurisdizionale dell'autorità. Si ritorna così alla logica del sacramento, comandata dal primato della grazia e dalla sua trascendenza ad ogni disposizione giuridica.        
2. Ora ci domandiamo: cosa significa, per il popolo di Dio, il fatto dell’esistenza di pastori e di capi, cioè dell’autorità e della gerarchia nella Chiesa? Oggi viviamo nella cultura della partecipazione, non più in quella della delega. Nella scuola, nella politica, nel lavoro, al sistema della rappresentanza è subentrato quello della partecipazione diretta. La gente è sempre più disamorata dalle logiche che la vogliono ridurre a semplice serbatoio di consensi e di voti; è stanca di essere tenuta in stato di minorità.
Se guardiamo indietro a come erano impostati i rapporti tra gerarchia e popolo prima del Vaticano II, notiamo che la Chiesa aveva finito per strutturarsi in una linea rigidamente verticale che andava da Cristo al papa, dal papa ai vescovi, dai vescovi ai parroci e dai parroci al popolo. Non c'era molto scambio e comunicazione reciproca, né tra Chiesa e Chiesa, né tra categoria e categoria in una singola Chiesa; i fedeli non avevano molti contatti con il proprio vescovo, né il vescovo con il proprio popolo; egli raggiungeva i fedeli pressoché solo attraverso i parroci. Era inoltre diffusa la convinzione - anche se mai teorizzata - che Dio non operasse nulla nella Chiesa, se non passando attraverso quella serie di intermediari: papa, vescovi, sacerdoti. Tutti i cosiddetti «canali della grazia» - sacramenti, parola di Dio, ecc. - passavano attraverso di loro. I pastori, in questa visione, venivano considerati come i rappresentanti di Dio presso il popolo, del popolo presso Dio e della Chiesa presso i poteri civili. In questa visione il laico è di fatto escluso da ogni partecipazione alle decisioni della Chiesa; c'è una specie di delega a tutti i livelli, anche con Dio: i sacerdoti credono, pregano, celebrano Messe per il popolo; il popolo fa celebrare Messe, fa pregare, fa elemosina al clero e si ritiene, così, a posto con la coscienza. Sarebbe ingiusto generalizzare, ma non si può neppure negare che molto spesso avveniva effettivamente così.
A questo modello di Chiesa, basato sulla rappresentanza, il Concilio ha cominciato a sostituire il modello basato sulla partecipazione diretta; lo ha fatto in vari modi e in varie occasioni: riscoprendo il ruolo della collegialità dei vescovi, la Chiesa locale, l'importanza dei laici e degli organismi di partecipazione, come i consigli presbiterali e pastorali. La convinzione comune in tutti questi fatti è che Dio non agisce solo in una direzione – dal vertice verso la base – ma anche nell'altra direzione: dalla base verso il vertice. Con la varietà dei carismi e dei ministeri che lo Spirito Santo suscita direttamente e liberamente nel vissuto quotidiano e concreto della Chiesa, nasce una ricchezza che ricade a vantaggio di tutta la Chiesa. Certo, alla gerarchia spetta il compito di discernere e autenticare i carismi, non però quello di crearli. Scompare forse, in tal modo, l'idea o l'ufficio della gerarchia? No, viene invece riscoperto nel suo vero significato. Ovviamente la parola gerarchia nel suo senso genuino di communio hierarchica è quanto mai legittima, ed è stata di fatto ripresa e confermata dal Concilio. Ma c'è da osservare che, nel NT, là dove noi ci aspetteremmo "gerarchia", troviamo invece diakonia, ministero, servizio: apostoli, pastori e maestri sono per il servizio della comunità; gli apostoli sono servitori (diakonoi) di Cristo e dispensatori dei suoi misteri (cfr 1Cor 4,1).
È sorprendente, ma vero: nelle comunità in cui si comincia a vivere questo nuovo modo di presenza del pastore, la sua importanza non è diminuita, ma rafforzata; il popolo sente un bisogno maggiore del ministero pastorale; e certamente non ama di meno proprio pastore. Magari il vescovo non viene chiamato con i titoli di “eccellenza reverendissima” né il presbitero “signor parroco”, ma semplicemente fratello o padre, e tuttavia si avverte che c'è un profondo senso di filiale rispetto, di amore obbediente e disponibile, ben diverso dai sentimenti del mondo che si basano sul rango. È naturale che sia così: la Chiesa "è un corpo, non una corporazione. Non è una organizzazione, ma un organismo"(Benedetto XVI, Udienza generale 10 dic. 2008). Ora in un organismo dinamico e attivo, la vivace vitalità di tutte le membra non annulla l'importanza di un singolo membro, ma la esalta, perché lo stimola a dare di più.
Così facendo, i pastori imitano lo stile di Dio nell'agire con gli uomini: Dio non ha voluto – pur potendolo – fare tutto da solo, lasciando che i destinatari della salvezza rimanessero passivi; li ha fatti suoi collaboratori, li ha resi partecipi e corresponsabili.
         3. Prima del Concilio nella Chiesa cattolica la dottrina del sacerdozio battesimale non veniva messa nel giusto rilievo, anzi si riteneva che tale sacerdozio fosse puramente metaforico, e dunque parlare di sacerdozio a proposito dei battezzati era cosa considerata del tutto impropria. Ciò si sosteneva, in parte, per reazione contro i protestanti che, al tempo della Riforma, avevano affermato soltanto il sacerdozio comune negando quello ministeriale. Quindi, quando si parlava di sacerdozio tra i cattolici, normalmente si intendeva il solo sacerdozio dei preti, dei vescovi, del papa. Con il Vaticano II la situazione è cambiata: si è recuperata la realtà del sacerdozio battesimale, anche se si è registrato sia nei preti che nei fedeli un certo disagio, espresso nella domanda: qual è allora l'elemento specifico del sacerdozio ordinato e in che consiste la differenza tra questo e il sacerdozio battesimale? Se quindi prima del Concilio il rischio era quello della separazione tra prete e laici, poi si è ingenerata una certa confusione tra i due sacerdozi.
         Come sappiamo, la Lettera agli Ebrei afferma in lungo e in largo l'idea che  Cristo ha abolito il sacerdozio cultuale dell'AT, in quanto si trattava di un culto rituale, esterno, convenzionale, e lo ha sostituito con il culto personale, esistenziale, reale. "La concezione antica presentava una santificazione negativa, per mezzo di separazioni rituali. Cristo invece ci presenta una santificazione positiva ottenuta nell'esistenza concreta, per mezzo di un dinamismo di comunione" (A. Vanhoye, Il sacerdozio della nuova alleanza, Bologna 1992, p. 38).
         Cristo ha reso partecipi tutti i fedeli del suo sacerdozio: tutti possono accedere a Dio senza paura, mentre prima di Cristo tale diritto era riconosciuto soltanto al sommo sacerdote (cfr Rm 5,1-2; Eb 10,19-22; Ef 2,18). E' indubbio che tutti i fedeli possano presentare le loro offerte a Dio (cfr Rm 12,1; 1Pt 2,4-5), ma rimane indispensabile e insostituibile la mediazione di Cristo: "I cristiani non sono capaci di attuare da soli tale trasformazione dell'esistenza; soltanto uniti a Cristo possono elevare la loro vita fino a tale punto di carità. Non c'è nessun testo (del NT) che dica che ogni singolo cristiano sia capace di attuare da solo il suo sacerdozio; viene sempre espressa la connessione necessaria con Cristo". ?????????? Ed è appunto questa la funzione del sacerdozio ministeriale: essere il sacramento della mediazione di Cristo, cioè il segno visibile della presenza di Cristo mediatore (cfr Eb 9,15 in connessione con 2Cor 3,6). Questo concetto si può riassumere con le parole di s. Agostino: "Siamo vostri pastori (pascimus vobis), siamo nutriti con voi (pascimur vobiscum)" (PdV 25).
         A favorire questi tre passaggi è stata la concezione pneumatologica del sacramento dell'ordine. "Quando diciamo che è Cristo che battezza, scrive s. Agostino, noi vogliamo dire che egli lo fa in modo visibile (...) ma nella potenza nascosta dello Spirito Santo". Siamo in linea con s. Paolo, il quale parla della grazia "di essere ministro (leitourgon) di Cristo Gesù tra le genti, adempiendo il sacro ministero (ierourgounta) di annunciare il vangelo di Dio perché le genti divengano un'offerta gradita, santificata dallo Spirito santo" (Rm 15,16).
         In sintesi, possiamo riassumere quanto fin qui asserito e argomentato con il passo limpido e netto della PdV:
         I presbiteri sono, nella Chiesa e per la Chiesa, una ripresentazione sacramentale          di Gesù Cristo Capo e Pastore, ne proclamano autorevolmente la parola, ne    ripetono i gesti di perdono e di offerta della salvezza, soprattutto con il battesimo,         la penitenza e l'eucaristia, ne esercitano l'amorevole sollecitudine, fino al dono   totale di sé per il gregge, che raccolgono nell'unità e conducono al Padre per mezzo   di Cristo nello Spirito. In una parola, i presbiteri esistono e agiscono per   l'annuncio del vangelo al mondo e per l'edificazione della Chiesa in nome e in      persona di Cristo capo e pastore" (n. 15).
         Questa è la funzione assegnata ai pastori della Chiesa: “ri-presentare”, ossia rendere presente l’unico pastore. Niente di più, niente di meno. La formula solenne della dogmatica cristiana e cattolica asserisce che il sacerdote “agisce in persona di Cristo Capo e Pastore”, con il dono–compito di insegnare, santificare, governare la comunità dei credenti. Papa Benedetto ha riproposto questa verità nella sua nettezza, spiegandone il senso in modo molto diretto:
Nell’uso più comune, esplicita il Papa, “rappresentare” indica il fatto di “ricevere una delega da una persona per essere presente al suo posto, perché colui che è rappresentato è assente dall’azione concreta”. E prosegue: “Il sacerdote rappresenta il Signore allo stesso modo? La risposta è no, perché nella Chiesa Cristo non è mai assente; la Chiesa è il suo corpo vivo e il Capo della Chiesa è lui, presente e operante in essa” (Udienza gen., 14 aprile 2010).
         Il presbiterato non rende dei poveri cristiani successori in serie o legali sostituti dell’unico sommo Sacerdote, per il semplice fatto che non c’è un vuoto di Cristo da colmare. Infatti Cristo Pastore non si è reso assente o latitante con la sua risurrezione. E la sua ascensione al cielo non ha inaugurato una lunga, interminabile sede vacante. Cristo continua a mantenere la promessa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Il Signore Gesù non è un presente-latitante, ma è l’unico che, come Dio, può coniugare il verbo essere sempre e solo alla prima persona singolare del tempo presente: “Io-Sono”. Pertanto coloro che lo rappresentano, non occupano il suo posto rimasto sgombro, ma lo ri-presentano, lo rendono presente, in quanto vengono dallo Spirito e dall'imposizione delle mani resi trasparenti al suo mistero e alla sua azione redentrice. In poche parole, l’ordinazione rende i diaconi, i presbiteri e i vescovi, nel loro proprio grado, rappresentanti insostituibili, ma non sostitutivi, di Cristo capo, pastore e servo.
         Questa trasparenza dei pastori all’unico Pastore perennemente presente implica – e ciò vale per il papa come per i semplici sacerdoti – una sorta di “carta d’identità”, da cui emerge il seguente profilo: i pastori sono i cristiani che consegnano lealmente e lietamente la propria vita al supremo Pastore, unicamente perché egli se ne serva, e non per un progetto di autorealizzazione. I chiamati infatti sono coloro per i quali “l’Agnello sarà il loro pastore” e lo seguono dovunque vada, perché in loro la gioia di essersi lasciati chiamare per nome ha azzerato la smania di farsi un nome. L’unica ambizione legittima, l’unica gratificazione consentita per un sacerdote è quella di annullarsi e di scomparire totalmente dietro il suo unico, dolcissimo Signore, al punto da immedesimarsi completamente in lui, al punto da poter dire: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”. Scriveva H. Urs von Balthasar: “Quanto più il sacerdote serve, tanto più è trasparente. Quanto più si attribuisce titoli di dignità, tanto più opaco egli diviene”.
         Noi sappiamo che l’ordinazione sacerdotale non cancella nei presbiteri il sacerdozio comune, ma lo rafforza e specifica, mentre lo differenzia "non solo per gradi ma per essenza" (LG ???????). Un prete che pretendesse di celebrare l’eucaristia senza aderire personalmente a Cristo come gli altri cristiani presenti, e si arrogasse l’arbitrio di esercitare il sacerdozio ministeriale rifiutando di esercitare il sacerdozio battesimale, compirebbe un’azione ministeriale valida – perché non condizionata ai suoi meriti - ma gravemente illecita, e la sua comunione eucaristica sarebbe un mangiare e un bere la propria condanna. Si separerebbe dal corpo mistico di Cristo nel momento in cui consacra indegnamente il suo corpo eucaristico; inserirebbe violentemente una separazione là dove viene operata la più intima e tenace comunione. Insomma farebbe un doppio attentato: contro il battesimo e contro il ministero. Pertanto il battesimo non è come l’atrio di ingresso che ci si lascia alle spalle per entrare in chiesa, ma come la cripta che sorregge stabilmente l’intero presbiterio.
        

2. L'agire in persona Christi Pastoris

Pietro e Paolo, i due pilastri e fondamenti dell’autorità ecclesiastica, hanno dato, per così dire, una definizione dell’ufficio di pastore nella Chiesa. Il primo dice che il pastore non deve “spadroneggiare sulle persone a lui affidate”, ma deve farsi “modello del gregge” (cfr 1Pt 5,3). L’altro, Paolo, parlando in prima persona ai cristiani di Corinto, scrive: “Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia” (2Cor 1,24).
            In quanto rendono di nuovo presente Cristo pastore, i presbiteri trovano nella carità pastorale l’elemento unificante della loro identità teologica e della loro vita spirituale. La carità pastorale racchiude in sé gli aspetti essenziali della natura e della missione presbiterale, quali il riferimento prioritario a Cristo pastore, la relazione sponsale alla Chiesa, l’articolata dimensione missionaria, il principio unificante delle varie attività del sacerdote, la radicalità evangelica.
         Sulla traccia della PdV si possono delineare le tre caratteristiche dell’amore di Cristo, buon pastore, quali si trovano riflesse nella carità pastorale del presbitero.
         Anzitutto la totalità del dono: “Il contenuto essenziale della carità pastorale è il dono di sé, il dono totale di sé alla Chiesa, a immagine e in condivisione del dono di Cristo” (PdV 23); è l’amoris officium, di cui parla s. Agostino. “La vita del presbitero deve essere illuminata e orientata anche da quel tratto sponsale, che gli chiede di essere testimone dell’amore sponsale di Cristo” (PdV 22). L’esortazione apostolica cita la “gelosia” divina, di cui parla Paolo in 2Cor 11,2. L’espressione paolina evoca l’ardore dello slancio, la fedeltà della dedizione, la tenerezza dell’amore, “che si riveste persino della sfumatura dell’affetto materno” (ivi). L'amore sponsale del sacerdote è un amore fecondo. Ovviamente si tratta di una fecondità verginale, poiché è lo Spirito che genera. Infatti il presbitero non può fare nulla senza lo Spirito, ma lo Spirito non vuole fare nulla senza il presbitero. Totalità del dono significa radicalità senza calcoli e senza riserve, disponibilità a dare la vita "aut effectu aut affectu".
                                                                                     A1
Significa l'umiltà di non sentirsi mai strumenti indispensabili o insostituibili nella missione che ci è stata affidata. Significa l'attenzione costante a non cadere nel vittimismo lamentoso, nel protagonismo esibizionista, nell'attivismo agitato e convulso, nella sciocca presunzione di farcela da soli. Significa lasciarsi tormentare da quella salutare inquietudine fino a quando anche una sola persona di quelle che si è chiamati a servire non avrà incontrato il Signore e non avrà ritrovato la pace. Significa ancora capacità di coniugare coerenza e tenerezza, limpida gratuità e fedeltà tenace, mitezza evangelica e grande coraggio.  
         Un altro tratto distintivo della carità pastorale è l'universalità del dono. Il prete è pastore di tutti.                                                      A2
“Il dono di sé non ha confini, essendo segnato dallo stesso slancio apostolico e missionario di Cristo, il buon pastore” (PdV 23).

C’è infine una terza nota che caratterizza la carità pastorale del sacerdote: la concretezza. Universale senza il particolare risulterebbe astratto e generico; il particolare senza l’universale rischierebbe di essere gretto e meschino.
Ogni presbitero appartiene a un tempo, a una storia, a una Chiesa particolare. Il presbitero ama la sua Chiesa, questa Chiesa, con questa gente, con questi fratelli, con questo vescovo. A3

 

3. Riflessi sulla pastorale vocazionale

         Il documento Nuove vocazioni per la nuova Europa (1997) ha fissato sette principi generali della pastorale vocazionale, che richiamo sinteticamente: 1. la pastorale vocazionale è la prospettiva originaria della pastorale generale; 2. è la vocazione della pastorale oggi; 3. è graduale e convergente; 4. è generica e specifica; 5. è universale e permanente; 6. è personale e comunitaria; 7. è la prospettiva unitario-sintetica della pastorale. Sempre lo stesso documento richiede un “salto di qualità” alla pastorale delle vocazioni, che fissa dieci passi decisivi: 1. passare da una pastorale di emergenza a una pastorale stabile e coerente; 2. dalla promozione di alcune vocazioni alla promozione di tutte le vocazioni; 3. da una proposta riservata ad alcuni a una proposta aperta a tutti; 4. da un atteggiamento dettato dalla paura ad uno improntato alla speranza; 5. da una animazione incerta e timida ad una promozione ispirata alla parresia evangelica; 6. dall’obiettivo del reclutamento e dal metodo della propaganda a un atteggiamento di servizio rivolto alla persona; 7. da scelte discutibili (come l’importazione di vocazioni”)  alla convinzione che Dio continua a chiamare in ogni Chiesa e in ogni luogo; 8. da una animazione vocazionale fatta di iniziative ed esperienze episodiche a una educazione vocazionale che si traduce in  accompagnamento fedele e continuativo; 9. da un certo “pionierismo” (un animatore vocazionale isolato) a una azione strategica e corale; 10. da un atteggiamento di rassegnazione a un atteggiamento creativo ed entusiasta. Per quanto riguarda il rapporto tra il servizio del ministero ordinato e al pastorale delle vocazioni, si ricordi quanto viene incisivamente affermato al numero 22: “Il ministero ordinato per tutte le vocazioni e tutte le vocazioni per il ministero ordinato, nella reciprocità della comunione”. Senza dimenticare i cinque verbi di una sapiente e feconda pedagogia delle vocazioni: 1. seminare; 2. accompagnare; 3. educare; 4. formare; 5. discernere.
        
         Le strutture della chiamata.
La prima è la gratuità, o più semplicemente la grazia. Nella sua magistrale Introduzione al cristianesimo, consegnata alle stampe esattamente quaranta anni fa, nell’estate del 1968, una delle più inquiete e roventi del secolo scorso, Joseph Ratzinger scriveva:
         “L’uomo non raggiunge veramente se stesso tramite ciò che fa, bensì tramite ciò   che riceve. Egli è tenuto ad attendere il dono dell’amore, e non può accogliere     l’amore che sotto forma di gratuita elargizione. Non si può ‘far l’amore’ da soli,        senza l’altro; bisogna invece attenderselo, farselo dare. E non si può divenire     integralmente uomini fuorché venendo amati, lasciandosi amare”.
        

La vocazione come riconoscenza NVNE
           Tante volte si mette in guardia dal pericolo dell’orizzontalismo: il cristianesimo – si dice – non si può ridurre al comandamento dell’amore del prossimo, ed è giusto: prima viene il comandamento dell’amore per Dio. Ma prima ancora del primo comandamento, viene l’evento: Dio ci ha amati per primo! E’ vero: la dimensione verticale precede e fonda quella orizzontale, ma si tratta di una verticalità discendente: non siamo stati noi a salire verso Dio, ma è Dio che si è abbassato fino a noi. La fede è un dono che viene dall’alto: come si nasce dall’alto, e non da carne e sangue ma dall’acqua e dallo Spirito, così all’origine della nostra risposta c’è Dio Padre che ci ama e ci chiama. E come nessuno si può autogenerare, così nessuno si può autochiamare o autobattezzare.

           La seconda legge, strettamente legata alla precedente, si potrebbe definire la legge dell’indicativo. Nella vita cristiana l’indicativo precede l’imperativo: sei amato e dunque amerai! La fede fonda la carità; la chiamata precede la risposta; il kerygma genera l’etica. Lo diceva un maestro del sospetto, ma in questo diceva il vero: “Bisogna aver conosciuto l’amore, prima della morale; altrimenti è lo strazio” (Sartre).

            La terza legge la potremmo formulare così: Dio sceglie un popolo (Israele), ma per portare la luce a tutti i popoli. Convoca la Chiesa, ma come segno e strumento di salvezza per tutta l’umanità. Sceglie una persona, ma per la crescita di tutto il corpo di Cristo. Il suo infatti è un amore elettivo, ma non selettivo, discriminante, perché l’amore non può mai fare preferenza di persone. Ogni cristiano quindi è messo di fronte alla sua responsabilità: deve sapere e deve ricordarsi sempre che Dio lo ha scelto per farne uno strumento di salvezza a favore di “molti”. Nel momento in cui il chiamato dimenticasse di essere un povero strumento - di per sé assolutamente inadatto e inadeguato - e si illudesse di essere lui la causa o il protagonista della propria e altrui salvezza, finirebbe per distruggere ogni possibilità di autentica realizzazione di sé e di vera grazia per altri.

            La quarta legge della fede è la croce: come per Cristo, così per ogni cristiano, rispondere alla chiamata del Padre significa scegliere di perdere la vita per amore. Non si può seguire la via crucis, se non si è sinceramente, concretamente, definitivamente disposti a rinnegare il proprio io e ad inchiodarlo sulla croce. Altrimenti – mi capita di ripetere spesso - prima o poi ci inchioderemo qualcun altro… La fede cristiana è tutta questione d’amore.
    
         "Manca la bellezza. Siamo bravissimi, ma non siamo belli. Il diavolo è furbo: ci vuole bravi, ma non belli, perché se diventiamo belli, diventiamo una forza evangelizzatrice, dato che la bellezza attira. La bravura suscita gli applausi, ma non si fa seguire. La bellezza invece fa innamorare. Non ci si innamora di uno perché è bravo, ma perché ci affascina, ci attira, ci fa sentire in comunione" (M.I. Rupnik, in Cos. E serv. 60 (2011), nn. 7-8, p. 59.

Mons. Francesco Lambiasi