NELLA SPERANZA LE VOCAZIONI
/2006
A dare il tono alla 43" Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, oltre al messaggio di papa Benedetto XVI sulla "Vocazione nel mistero della chiesa", è lo slogan adottato per l’Italia dal Centro nazionale per le vocazioni, in sintonia con il cammino della nostra chiesa:
"Anche tu in Cristo dai vita alla speranza".
La IV domenica di pasqua - caratterizzata liturgicamente dall'icona dì Cristo, buon Pastore - si celebra la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni (GMPV). Voluta da Paolo VI, la GMPV ha accompagnato la chiesa in questi anni posi-conciliari, tenendo la preghiera delle nostre comunita’ cristiane per le vocazioni al presbiterato e alla vita consacrata nei momenti di crisi delle vocazioni e incoraggiando la pastorale vocazionale negli anni della ripresa. Ha contribuito non poco a coinvolgere tutte le componenti della chiesa nella corresponsabilità e la cura delle vocazioni, favorendo il dìffondersi nelle nostre comunità cristiane di una .cuItura vocazionale". Da quarantatré anni costituisce un'occasione privilegiata per la preghiera per le vocazioni, una sorta di “monastero invisibile" che avvolge tutta la terra al quale si innalza con fiducia la richiesta al “Padrone della messe di inviare operai nella sua messe".
La vocazione nel mistero della chiesa
Ogni anno la GMPV è illuminata dal messaggio del papa. Come si può non ricordare con gratitudine quelli che Giovanni Paolo II ci ha donato in tutti questi anni? Un desiderio, il suo, reso ancora più eloquente e incisivo dalla sua testimonianza di fedeltà al Signore e alla chiesa, fino all'ultimo respiro, e dalla sua costante preoccupazione di incontrare i giovani in ogni angolo della terra, provocandoli ad una sequela del Cristo capace di giungere fino al dono totale di sé.
Il messaggio per la GMPV di quest’anno è di Benedetto XVI. Nel suo primo messaggio ci invita a riflettere sul tema della vocazione nel mistero della chiesa. Siamo dalle sue parole condotti al cuore di ogni vocazione - come nella sua prima enciclica ci ha condotto al cuore della fede cristiana.
La vocazione, prima di essere una decisione dell'uomo, è innanzitutto consapevolezza di essere avvolti fin dall'eternità dall'amore tenero e forte del Padre, che «ci ha scelti personalmente, per chiamarci ad entrare in relazione filiale con lui, mediante Gesù, Verbo incarnato, sotto la guida dello Spirito Santo». La vocazione, dunque, non consiste innanzitutto nello scegliere di fare qualcosa di buono e di utile per gli altri è, invece, un modo nuovo di pensarsi e di vivere la propria esistenza: «La prospettiva è davvero affascinante: siamo chiamati a vivere da fratelli e sorelle di Gesù, a sentirci figli e figlie del medesimo Padre. E un dono che capovolge ogni idea e progetto esclusivamente umani». Il papa, però, sa bene che soprattutto per i giovani, non è cosi scontato accogliere questo dono: «Che dire allora della tentazione, molto forte ai nostri giorni, di sentirci autosufficienti fino a chiuderci al misterioso piano di Dio nei nostri confronti?».
La vocazione - sembra dirci il papa - trova la sua giustificazione non in noi e nei nostri meriti, ma nell'amore gratuito e preveniente di Dio. Non è un premio che il Signore concede ai migliori: «Per rispondere alla chiamata di Dio e mettersi in cammino, non è necessario essere già perfetti. [...] Le fragilità e i limiti umani non rappresentano un ostacolo, a condizione che contribuiscano a renderci sempre più consapevoli del fatto che abbiamo bisogno della grazie redentrice di Cristo”. Nel suo messaggio, Benedetto XVI si sofferma sulla vocazione .al presbiterato e alla vita consacrata, nel contesto di una chiesa ricca dei diversi doni, carismi e vocazioni. In questo modo il papa sollecita tutti gli operatori pastorali, in modo particolare coloro che sono impegnati nella pastorale vocazionale, a non limitarsi a parlare della vita come vocazione e del valore di ogni vocazione, ma a sentire forte la responsabilità di annunciare e proporre la vocazione al presbiterato e alla vita consacrata, nella loro duplice relazione al mistero di Dio e a quello della chiesa, nel servizio dei fratelli. «La missione del sacerdote nella chiesa è insostituibile. Pertanto, anche se in alcune regioni si registra scarsità di clero, non deve mai venir meno la certezza che Cristo continua a suscitare uomini, i quali, come gli apostoli, abbandonata ogni altra occupazione, si dedicano totalmente alla celebrazione dei sacri misteri, alla predicazione del Vangelo e al ministero pastorale». A proposito della vita consacrata, citando l'esortazione Vita consacrata, osserva: «La professione religiosa viene considerata come un singolare e fecondo approfondimento della consacrazione battesimale in quanto, per suo mezzo, l'intima unione con Cristo già inaugurata col battesimo, si sviluppa nel dono di una conformazione più compiutamente espressa e realizzata, attraverso la professione dei consigli evangelici».
Benedetto XVI conclude il suo messaggio con un accorato appello a intensificare la preghiera per le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata non solo durante la GMPV ma sempre: «Non sorprende che laddove si prega con fervore, fioriscano le vocazioni. La santità della chiesa dipende essenzialmente dall'unione con Cristo e dall'apertura al mistero della grazia che opera nel cuore dei credenti. Per questo vorrei invitare tutti i fedeli a coltivare un'intima relazione con Cristo. Maestro e Pastore del suo popolo, imitando Maria, che custodiva nell'animo i divini misteri e li meditava assiduamente (cf. Lc 2,20)».
Lo slogan della chiesa italiana
Da sempre il CNV si e impegnato ad approfondire, diffondere e lasciarsi interpellare dai messaggio del papa per la GMPV, senza per questo trascurare il cammino della chiesa italiana. Infatti, Io slogan – “Anche tu in Cristo dai vita alla speranza" - e i diversi sussidi preparati per la GMPV di quest'anno fanno esplicito riferimento al convegno ecclesiale di Verona e al suo tema Testimoni dì Gesù risorto speranza del mondo.
Non è compito del CNV fare una qualunque riflessione sulla speranza, ma è suo intento invitare a fissare lo sguardo della mente e del cuore su quella speranza capace di dare un senso alla vita, promuovendo scelte definitive e radicali. Non è questo un invito a rinchiudersi in un mondo intimistico e ovattato. La speranza, quando è autentica, è forza che trasfigura non solo la vita del singolo, ma anche il volto della nostra società. La speranza dei discepoli di Cristo non è mai un fatto privato o nascosto. Non può valere per se stessi senza valere per gli altri, per tutti. Essa traspare dal modo di vivere, dagli obiettivi che ci si prefigge, da ciò per cui si è disposti a spendere la vita. Così scrivevano i Padri conciliari quarant'anni fa: «Legittimamente si può pensare che il futuro dell'umanità sia riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza» (OS, 31). E Teillhard de Chardin affermava: «Il mondo sarà di chi saprà dargli la più grande speranza».
Qual è questa grande speranza? Il vero volto della speranza è Cristo risorto! Nello slogan l'espressione "in Cristo" non dovrebbe in alcun modo essere letta quasi fosse un inciso, che si può omettere senza per questo privare di senso e valore l'intera frase: va al contrario, interpretata come se un "punto forza'' da cui origina tutto il senso e il valore dell’intera frase. Senza quel “in Cristo”, si rischierebbe di vedere nello slogan una generica e, per quanto debole, proposta di vita. No, è Cristo la nostra speranza!
Dinanzi al Cristo, morto e risorto, il cristiano proclama con fiducia la sua fede: «Tu. o Signore. risorto e vivo, sei la speranza sempre nuova della chiesa e dell'umanità; tu sci l'unica e vera speranza dell'uomo e della storia: tu sei "tra noi la speranza della gloria" (Col 1,27) già in questa nostra vita e oltre la morte. In te e con te. noi possiamo raggiungere la verità, la nostra esistenza ha un senso, la comunione è possibile, la diversità può diventare ricchezza, la potenza del Regno è all'opera nella storia e aiuta l'edificazione della città dell'uomo, la carità da valore perenne agli sforzi dell'umanità, il dolore può diventare salvifico, la vita vincerà la morte, il creato parteciperà della gloria dei figli di Dio» (EE, 18).
«E come [Cristo] è diventato la nostra speranza? - si chiede s. Agostino - Perché e stato tentato, ha palilo ed è risorto. Così è diventato la nostra speranza. In lui puoi vedere la tua fatica e la tua ricompensa: la tua fatica nella passione, la tua ricompensa nella risurrezione. È così che è diventato la nostra speranza. Perché noi abbiamo due vite: una è quella in cui siamo, l'altra è quella in cui speriamo. Quella in cui siamo ci e nota, quella in cui speriamo ci è sconosciuta (.,.). Con le sue fatiche, le tentazioni, i patimenti, la morte. Cristo ti ha fatto vedere la vita in cui sei; con la risurrezione ti ha fatto vedere la vita in cui sarai. Noi sapevamo solo che l'uomo nasce e muore, ma non sapevamo che risorge e vive in eterno. Per questo è diventato la nostra speranza nelle tribolazioni e nelle tentazioni, ed ora siamo in cammino verso la speranza» ((Commento al Salmo 60, 4),
La speranza cristiana, infatti, non è attesa di qualcosa di "'incerto", che potrebbe arrivare o non dal futuro, ma certezza che si radica su un evento del passato, reso presente nell'oggi. Per il cristiano, sperare vuoi dire accogliere il dinamismo di una vita nuova, scaturito dalla risurrezione di Cristo e frutto dell'azione dello Spirito Santo nel credente. Il Cristo risorto desidera oggi prendere ciascuno di noi per mano - così come è raffigurato nell'icona della risurrezione - e richiamarlo alla vita. Ad ognuno dice: «Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà» (Ef 5,14). Non dunque una luce artificiale, ma una luce viva, come viva è la speranza alla quale siamo stati rigenerati (cf. 1Pt 1,3).
Così intesa, come e diversa la speranza cristiana dal semplice desiderio o dall'utopia. La speranza cristiana è la fede che ama! Sì, non si può essere donne e uomini di speranza senza essere, nel contempo, donne e uomini di fede e di carità. È quanto ci ha ricordalo il papa nella sua prima enciclica: «Fede, speranza e carità vanno insieme. La speranza si articola praticamente nella virtù della pazienza, che non viene meno nel bene neanche di fronte all'apparente insuccesso, ed in quella dell'umiltà, che accetta il mistero di Dio e si fida di lui anche nell'oscurità. La fede ci mostra il Dio che ha dato il suo Figlio per noi e suscita così in noi la vittoriosa certezza che è proprio vero: Dio è amore! In questo modo essa trasforma la nostra impazienza e i nostri dubbi nella sicura speranza che Dio tiene il mondo nelle sue mani e che nonostante ogni oscurità, egli vince, come mediante le sue immagini sconvolgenti alla fine ['Apocalisse mostra in modo radioso. La lede, che prende coscienza dell'amore di Dio rivelatosi nel cuore trafitto di Gesù sulla croce, suscita a sua volta l'amore. Esso è la luce — in fondo l'unica — che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci da il coraggio di vivere e dì agire» (DCE, 39).
Di questa questa speranza, radicala nella fede e vissuta nella carità, sono stati testimoni Gianna Berretta Molla, Piergiorgio Frassati, don Pino Puglisi. Madre Teresa di Calcutta, Giovanni Paolo II, frère Roger... e tanti altri testimoni umili e coraggiosi dei nostri giorni, il cui volto e nome sono incisi in modo indelebile nella memoria e nel cuore di ciascuno di noi.
Ed ecco la forte provocazione contenuta nello slogan e rivolta in modo particolare, ma non esclusivo, ai giovani.- anche tu, giovane, sei chiamalo a dare vita alla speranza, conformando la tua vita al Cristo nel servizio gioioso e generoso dei fratelli, confortalo e sostenuto da una numerosa schiera di testimoni. Non avere paura!
Provocazioni pastorali
1. Senza l'incontro con il Cristo risorto, nostra speranza, è impensabile un qualsiasi cammino di fede né tanto meno una scelta vocazionale. È indispensabile cric le nostre comunità, rifuggendo dalla tentazione dell'attivismo sfrenato, diventino luoghi in cui e possibile incontrare il Signore. Ce lo ha ricordato Benedetto XVI nella sua enciclica; «All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che da alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (DCE- 1).
2. Per vincere la tentazione di una fede intimistica e individualistica, e indispensabile approfondire e vivere la dimensione ecclesiale della vita cristiana. Non è un caso che Benedetto XVI, dopo aver concluso il ciclo di catechesi iniziato da Giovani II, abbia deciso di dedicare la riflessione al mistero del rapporto tra Cristo e la chiesa: «nelle catechesi che oggi comincio vorrei mostrare come proprio la luce di quel Volto si rifletta sul volto della chiesa (cf. Lumen Gentium 1 ) nonostante i limiti e le ombre della nostra umanità fragile e creatrice. [.,.] Questo Gesù individualistico scelto è un Gesù di fantasia. Non possiamo avere Gesù senza realtà che egli ha creato e nella quale si comunica. Tra il Figlio di Dio lo carne e la sua chiesa v'è una profonda, inscindibile e misteriosa continuità, in forza della quale Cristo è presente oggi nel suo popolo (Udienza del mercoledì 15 marzo 2006).
3. Il mondo che cambia, con le potenzialità e i suoi limiti, non è solo fuori di noi; a volte è anche dentro le nostre stesse comunità e dentro l'esperienza di vita di ciascuno di noi. Penso, solo per fare un esempio all'ambito dell'affettività e della fragilità, oggetto di riflessione nelle nostre comunità nel cammino verso il convegno ecclesiale di Verona; non è possibile fare oggi alcun annuncio e proposta vocazionale, né alcun cammino di accompagnamento vocazionale, prescindendo da queste problematiche. Se, ad una prima lettura questi possono apparire "luoghi oscuri", troppo carichi di problematicità, tuttavia è proprio in questi ambiti che la chiesa è chiamata a testimoniare la speranza del Cristo risorto, capace di trasformare le tenebre in luce.
4. Dinarizi alle grandi necessità della chiesa e del mondo, il numero sufficiente delle vocazioni e la fatica a farne germogliare di nuove, affiora la tentazione dello scoraggiamento e della rassegnazione. Tutti gli operatori pastorali, ma soprattutto gli animatori vocazionali, sono chiamati ad essere donne e uomini di speranza. È quanto ci diceva Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis: «Di fronte alla crisi delle vocazioni sacerdotali, la prima risposta che la chiesa dà sta in un atto di fiducia totale nello Spirito Santo» (n. 1).
Mons. Antonio Ladisa
Rettore del Seminario Regionale Pugliese e Vice Direttore CNV
