SACERDOTES: EL DESAFÍO DE UNA PRESENCIA NUEVA
volver al menú
 

Dall'Assemblea generale della Cei giunge ai sacerdoti di tutta Italia «un ringraziamento con tutto il cuore». Specie in un tempo in cui la loro missione diventa sempre più gravosa non solo a causa del clima culturale - «la dominante concezione consumistica e individualistica della vita» - ma anche per il progressivo invecchiamento del clero (oggi l'età media di 60 anni) e per le proiezioni che parlano di un calo significativo del numero dei preti. Il che significa che in futuro il lavoro pastorale pro-capite aumenterà altrettanto significativamente. A farsi interprete del "grazie" dell'Assemblea è stato ieri monsignor Luciano Monari vescovo di Piacenza-Bobbio e vicepresidente della Cei, che prima ha tenuto nell'Aula del Sinodo la relazione sul tema "La vita e il ministero del presbitero per una comunità missionaria in un mondo che cambia", poi in conferenza stampa ha spiegato ai giornalisti sia i principali nodi problematici, sia le prospettive emergenti. L'«identità missionaria» del sacerdote, ha detto il vescovo, si basa innanzitutto sulla sua relazione con Cristo. Egli deve «permettere agli uomini di oggi di ascoltare Gesù, di "toccare" la carne di Gesù e di far parte della comunità di Gesù». Compito non facile per i motivi già ricordati, ma neanche missione impossibile. E se è vero che l'innalzamento dell'età media e dei carichi di lavoro può creare problemi (ad esempio «un clero più anziano è di solito meno creativo»), va anche sottolineato, come ha fatto monsignor Monari, che la situazione italiana è ancora buona. «Penso alle riflessioni sull'evangelizzazione e il primo annuncio - ha enumerato il vescovo -. Penso al dibattito sul rinnovamento dell'iniziazione cristiana, della preparazione dei fidanzati al matrimonio, al progetto culturale, all'impegno nella liturgia, alle diverse proposte di scuola della Parola. Non stiamo facendo una pastorale ripetitiva; gli impulsi alla trasformazione sono presenti. Quello che manca è piuttosto una capacità di verifica delle sperimentazioni e un coordinamento maggiore che renda le novità più facilmente fruibili da molti». C'è poi, connessa a quella del calo numerico, la questione della presenza sul territorio. Per questo è urgente individuare nuove forme. E fra queste, ha detto il vicepresidente della Cei, vi sono anche le unità pastorali, «perché le parrocchie ormai non sono più autarchiche». «Ma le unità pastorali non vanno intese come un accentramento delle attività nella parrocchia più grande, quanto come un progetto comune che non esclude la presenza dei sacerdoti su tutto il territorio», magari aiutati da altre figure come i diaconi permanenti, in grado di raggiungere capillarmente, ad esempio, gli anziani e i malati. Monsignor Monari ha poi messo l'accento sulla necessità della formazione permanente dei preti che, ha detto, «senza aggiornamento continuo rischiano di restare emarginati» rispetto alle dinamiche sociali. E ha toccato anche aspetti pratici della vita sacerdotale come il sostentamento del clero («il nuovo sistema è stato un dono grande»), i giusti ritmi tra lavoro e riposo, preghiera e servizio, rapporto con gli altri, studio e distensione. Rispondendo, poi, a una domanda sulla presunta «solitudine del prete», il vescovo di Piacenza-Bobbio ha poi osservato che il sacerdote è «quotidianamente a contatto con la gente, con diverse fasce di età e con problemi diversi. O si arriva a uno stress infinito - ha detto - o a un arricchimento di vita straordinario, dove non c'è posto per la solitudine». L'ultima domanda della conferenza stampa ha riguardato la sessualità dei presbiteri, specie alla luce del clima di «pansessualismo» al quale essi sono esposti. «C'è oggi - ha detto Monari - la tendenza a considerare l'eros come una forza non disciplinabile, mentre nella visione cristiana l'eros fa parte della persona e va vissuto all'interno della vocazione di ognuno». Con il celibato, infatti, il prete testimonia «l'assoluto del Regno e quindi l'assoluto di Gesù». Dunque non c'è posto nella sua vita «per un progetto particolare di famiglia». Questo richiede «un rapporto costante con il Signore» e anche «un'educazione seria al controllo di sé».

 

(Tomado de L´Avvenire, 17 de mayo 2006)